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Mulino Albani: un’occasione persa per Fano

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Mulino Albani: un'occasione persa per Fano

Il Mulino Albani, così denominato dal nome della prima famiglia committente e proprietaria, è uno dei primi esempi di architettura pregevole in cemento armato nelle Marche. Un manufatto la cui importanza sta proprio nelle caratteristiche dei nuovi materiali e delle nuove tecnologie costruttive impiegate e applicate all’edilizia industriale, a cui viene affiancato lo stile razionalista nell’aspetto compositivo, caratterizzato da forme sobrie e funzionali, prive di decorazioni, ancora poco utilizzato a Fano i primi del Novecento.

Nel 1920, nei pressi della stazione ferroviaria di Fano e della Statale Adriatica, fu costruito il primo impianto con due mulini, uno a palmenti e l’altro a cilindri, per la macinazione del grano, con annesse case d'abitazione dei capi mugnai, il magazzino e la stalla.

Nel 1930 l’impianto viene ampliato, si aggiungono infatti i caratteristici sili da grano, per la conservazione delle cariossidi. La struttura portante dei sili costituisce uno dei primi esempi dell’allora nuova tecnica del cemento armato, secondo il brevetto Hennebique. Risultano infatti una delle prime strutture realizzate dalla Ferrobeton di Roma con questa tecnologia. Pilastri e travi sono intelaiati tra loro secondo le norme allora previste per i terremoti. La forma e la costruzione dei sili sono in stretto rapporto con la loro funzione: conservare in un ambiente ermeticamente chiuso grandi masse di cereali, affinché le operazioni di riempimento e scarico fossero agevoli.

La successiva conformazione ad “L” è invece il frutto dell’ampliamento avvenuto nel 1947, dopo che fu in parte bombardato nel 1945. Venne così a crearsi un complesso architettonico costituito da più corpi di fabbrica, di diverse altezze, a seconda della loro funzione, annessi nel tempo. Un binario della ferrovia ne costituiva parte integrante e determinante per lo svolgimento delle attività produttive.

Nel 1963 fu convertito in centro ortofrutticolo e fino agli anni 2000 alcuni edifici sono stati utilizzati.

Il mulino Albani, la cui società aveva denominazione S.A.Molini Albani con direzione a Pesaro e sede amministrativa a Milano, diventa così una presenza storicizzata dal 1920, testimonianza della storia più recente di Fano, proprio attraverso un raro esempio ingegneristico e architettonico.

Troppo tardi sono arrivate le proposte di riqualificazione elaborate dagli alunni di due classi del Liceo Scientifico G. Torelli, seguiti dalla professoressa Mancini, i quali suggerivano il riuso dell’ex Mulino a museo di arte contemporanea, compatibile per la forma alta e stretta degli edifici con le installazioni artistiche. I ragazzi nei loro progetti prevedevano anche un’estensione del museo nell’ampio spazio esterno organizzato a giardino e collegato con la Mediateca Montanari che, invece, si trova in centro a Fano. Lo scopo sarebbe stato quello di ospitare altre tipologie di arti oppure il racconto della storia della città o addirittura del famoso e antico Carnevale di Fano. Immaginavano che i grandi edifici dell’area, limitrofi alla stazione, potessero accogliere i turisti in arrivo offrendo loro un punto di vista panoramico della città dall’alto del quinto piano.

Non ha giocato un ruolo importante neppure la campagna del Fai con l’inserimento dell’ex Mulino Albani nel censimento de I luoghi del cuore, per far crescere la speranza di poter, in qualche modo, valorizzare il complesso architettonico, caduto in disuso da una ventina d’anni.

Tantomeno le petizioni della lista civica Bene Comune, contro una nuova cementificazione, hanno sortito un destino differente per tutto il gruppo di edifici, ormai in stato di abbandono.

Persino la Soprintendenza ha escluso l’ipotesi di un eventuale restauro conservativo dell’ex Mulino Albani, per le condizioni fortemente precarie dello stabile e per la presenza di parti innestate in un secondo momento che non consentivano di considerare l’immobile un patrimonio storico a livello edilizio, architettonico e industriale.

Poco più di un anno e mezzo fa, i tre vecchi silos e la palazzina uffici sono stati abbattuti, creando così uno nuovo skyline della città, in particolare della parte sud dell’immediata periferia di Fano.

Quello che dalla maggior parte era ormai considerato un rudere, un involucro completamente vuoto, anche se staticamente le condizioni dei sili erano ancora buone - essendo stati costruiti con tecniche e materiali di qualità -, alla fine del 2020 è stato sostituito da circa 2.000 metri quadrati di superficie coperta destinata a supermercato assieme a un maxi parcheggio, una rotatoria e piste ciclabili.

L’area a confine con la stazione ferroviaria di Fano ha cambiato volto: uno dei luoghi evocativi, una tessera del mosaico della sua storia più recente, dove la memoria dei processi produttivi, della società di un tempo e la memoria sociale di chi visse e lavorò in quei luoghi era conservata in uno dei pochi esempi rimasti di patrimonio industriale pregevole nelle Marche.

 

Photo credit: Mirco Santi e web

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Uno dei primi esempi di archeologia industriale nelle Marche oggi demolito